Consumo traffico dati Stadia: la compressione dati potrebbe aiutare?

Vi ricordate il discorso che abbiamo fatto qualche tempo fa sul consumo del traffico dati di Stadia in relazione alla potenza erogata? Bene, perché Phil Harrison, vice presidente e general manager di Google ha finalmente rilasciato una dichiarazione a riguardo. Vi anticipiamo che non siamo del tutto convinti di quanto detto, ma scopriamo insieme il perché.

Non essendoci dati ufficiali circa il consumo di traffico dati di Stadia, il tutto è partito da un’analisi svolta dalla redazione di PC Gamer, basata sull’immagine che vi riportiamo di seguito.

Connessione Stadia in relazione a risoluzione e frame rate

Ciò che è emerso è che il consumo di traffico dati di Stadia è troppo elevato, parliamo di 15,75 GB all’ora  per raggiungere i 4K e 60 fps, o 9 GB per ora per giocare a 1080p. Per saperne i più vi invitiamo a leggere l’articolo dedicato.
Ora Harrison ha finalmente risposto. Stando alle sue parole quando si parla di 35 Mbps, la connessione richiesta per reggere i 4K, non bisogna prenderli alla lettera. Ciò che secondo lui non viene considerato è l’aiuto dato dalla compressione dei dati. Questa, stando alle sue parole, porterebbe la connessione a scendere e non di poco.

Noi però abbiamo qualche dubbio in merito, ma andiamo con ordine.

Cos’è e come funziona la compressione dati

Iniziamo a spiegare per bene che cos’è la compressione dei dati in generale. Anche se sembra ripetitivo bisogna capire che i metodi di compressione odierni sono utilizzati in ogni ambito, basta che di mezzo ci sia il trasferimento di un pacchetto di dati. YouTube, Vimeo, Twitch, Netflix e tutte le altre piattaforme di streaming adottano degli algoritmi di compressione proprietari per diminuire l’utilizzo di banda e dare la possibilità anche a chi non ha una connessione Internet veloce, o limitata, di poter usufruire di questi servizi.

Riportando la dicitura di Wikipedia:

La compressione dei dati, in informatica e nelle telecomunicazioni, è la tecnica di elaborazione dati che, attuata a mezzo di opportuni algoritmi, permette la riduzione della quantità di bit necessari alla rappresentazione in forma digitale di un’informazione.

In soldoni, la compressione dei dati avviene tramite un algoritmo che possiamo soprannominare software. Questo algoritmo è integrato in tutti i software che utilizzano Internet per prendere i dati da mostrare all’utente. I pacchetti dati vengono prelevati per poi sommarsi e formare l’immagine finale. Sembrerà una baggianata ma anche i siti internet utilizzano un algoritmo di compressione.

I metodi di compressione dati

I dati possono essere compressi usando due metodi: con perdita e senza perdita. Un esempio di compressione con perdita lo possiamo ritrovare nelle immagini JPEG molto sgranate e poco riconoscibili. In questo caso chi ha salvato l’immagine ha aumentato troppo la percentuale di compressione che l’algoritmo mette a disposizione per rendere più leggera immagine.

Se volete invece un esempio di un metodo di compressione senza perdita lo troverete nei CD. Le canzoni sono dei file audio senza compressione, infatti pesano tantissimo rispetto al corrispettivo in MP3 (essendo l’MP3 un formato di compressione con perdita).

Console e servizi streaming

Come scritto in precedenza, se andiamo a fare due conti di quanto consumi un video in 4K, sotto il punto di vista del traffico dati e della banda, ci accorgiamo che è veramente famelico di risorse come formato. L’esempio più lampante, dove tutti noi possiamo immedesimarci, è la visualizzazione di un video in streaming su Netflix. Un video con qualità bassa inizierà a consumare circa 300 mega all’ora. Passando alla definizione SD, arriviamo a 700/800 mega mentre per un video in formato HD abbiamo un consumo di circa 1.8 Gb l’ora. Da qua ad arrivare al 4K è semplice: il 2k consumerà 3 giga circa e per i 4K siamo sui 6/7 giga all’ora, senza calcolare gli ulteriori giga da mettere in conto per quanto concerne i fantomatici 60 FPS.

Come vedete non è semplice il discorso.

Ovviamente stiamo parlando di dati, dati che devono essere trasferiti dal server al client, cioè da Google Stadia al vostro dispositivo (PC ecc.). Questo trasferimento ha un costo che viene misurato in tempo. Ed ecco che appare la famosa latenza misurata in millisecondi.

Come avviene lo scambio dati

Come per tutti i servizi cloud che hanno come prerogativa l’interazione dell’utente, dobbiamo avere ben presente il flusso dei dati e delle informazioni che teoricamente dovrebbe avvenire. Vediamo dunque insieme come avviene lo scambio dati:

  1. Il server invia un’immagine o uno streaming compresso ai client.
  2. Il client lo decomprime e lo fa visualizzare all’utente.
  3. L’utente fa una qualsiasi azione con il pad.
  4. Il client prende quest’azione, la comprime e la invia al server.
  5. Il server la decomprime e attua le azioni dell’utente per poi comprimere il risultato, rispedendole al client (e si riparte dal punto 1).

In passato, con le tipologie di connessione che erano presenti sul territorio italiano e su quello mondiale, questa cosa era veramente dura da mettere in pratica per via del limite tecnologico ( non so perché ma mi sento come Tony Stark in Iron Man 2, quando guarda il video che suo padre gli aveva lasciato Ndr.) ed è per questo che sono nati gli algoritmi per comprimere queste informazioni.

La compressione può aiutare Stadia?

Alla fine della fiera la compressione dei dati può aiutare Google Stadia ad abbassare in modo considerevole i consumi dei dati?

Bho. Non essendo ancora sul mercato Stadia non può essere provata da nessuno, salvo test programmati nel corso di eventi o fiere, quindi non sono ancora usciti dei test fatti da team indipendenti e oggettivi. Quelli divulgati sono dati presi e confezionati da Google stessa.
I giornalisti Digital Foundry però erano presenti alla presentazione di Google Stadia, e hanno potuto in anteprima provare il servizio. Da qui l’analisi citata ad inizio articolo. Nonostante la prova non sia stata fatta con connessioni normali, ma con una connessione creata specificatamente da Google proprio per quell’evento, tutti i test effettuati hanno fatto registrare dei dati all’apparenza buoni.

Ammesso e non concesso che le mani su Google Stadia non abbiamo ancora potuto metterle, e che i test fatti fino ad ora sono stati eseguiti in ambienti “controllati”, ci riesce un po’ difficile credere alle dichiarazioni di Phil Harrison. Lieti di essere smentiti e sorpresi, capiamoci, ma la compressione dei dati non può fare miracoli. Detto questo tenete bene a mente una cosa: Google è molto all’avanguardia quando si parla di algoritmi di compressione e trasferimenti dati su internet, d’altronde è il loro pane, non chiudete quindi completamente la porta.

Ad ogni modo, le informazioni fornite in merito alla compressione dati sono frutto di studio e attenta analisi, ciò nonostante non siamo esperti in materia. Nel ci fossero inesattezze o imprecisioni vi chiediamo di avvertirci in modo da porre rimedio e fornirvi un’informazione ancora più dettagliata e precisa. Grazie.

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